La storia

“Racchiusa nel dedalo di antichi tracciati viari, in una corte defilata, quasi nascosta allo sguardo della folla brulicante che quotidianamente anima i mercati della Pignasecca, si erge su un altissimo basamento di scuro piperno la chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini. Nell’austera architettura di questo Tempio – eretto a “Dio Uno e Trino” – e dell’annesso Ospedale dei Pellegrini è sedimentata una plurisecolare memoria di simboli, densa e labirintica come in pochi altri luoghi della città”.

Nella seconda metà del Cinquecento, dopo la realizzazione di via Toledo, ebbe inizio l’urbanizzazione dell’area prospiciente le antiche mura della città, alle pendici della collina del Vomero. Via Portamedina nasce come strada principale del borgo dello Spirito Santo, costituito al di là della Porta Reale antica, lungo una delle vie di accesso alla città. Le tracce ancora visibili delle antiche mura e di antiche costruzioni possono essere ben decifrate con l’ausilio delle antiche piante della città, come quelle ben note eseguite da Lafrery, dal Baratta e dal duca di Noja.

La Porta Medina, già “porta del pertugio”, si trovava a ridosso delle mura erette da Federico d’Aragona, nella zona occidentale della città, e fu commissionata a Cosimo Fanzago dal viceré don Ramiro Guzman, duca di Medina, da cui prese il nome.

Dell’antica porta resta traccia nella toponomastica cittadina ma non solo. L’attuale via Portamedina, che attraversa il rione della “Pignasecca” fino a congiungersi al decumano inferiore, è ancora una via d’accesso alla città per migliaia di persone che giungono da ogni parte di Napoli e della provincia attraverso le numerose stazioni ferroviarie di Montesanto.

La storia dell’Arciconfraternita dei Pellegrini si intreccia con quella di don Fabrizio Pignatelli, dei duchi di Monteleone, Balì della Compagnia dei Cavalieri Giovanniti, oggi Cavalieri di Malta, il quale, tornato a Napoli, volle edificare in un terreno di sua proprietà, sito alla via Portamedina alla Pignasecca, una chiesa dedicata a S. Maria Materdomini accanto alla quale aveva in animo di realizzare una Casa Ospitale per accogliere i pellegrini.

Nel 1574 don Fabrizio riceve la Bolla pontificia con la quale papa Gregorio XIII approva le finalità e la realizzazione del progetto, riconoscendo al cavaliere e ai suoi eredi piena potestà sull’opera e autonomia nella nomina dei suoi amministratori, mettendola così al riparo da ogni pretesa di ingerenza da parte di qualsiasi autorità religiosa o profana. Morto nel 1577, avendo potuto realizzare soltanto la chiesa, don Fabrizio dispose il lascito dei suoi beni a chi avesse portato a termine il suo disegno.

ASP – Bolla di Gregorio XIII detta “Graziosa”, 1574

Il 25 luglio 1578 sei artigiani napoletani fondarono una confraternita per i pellegrini, ispirandosi a quella romana di San Filippo Neri, con a capo il sarto Bernardo Giovino. Scrive lo stesso Giovino: “Io sarei di parere, che … facessimo una (nuova congregazione) sotto un titolo, che à questa Città non ci sia, e con opera molto necessaria, perche in Napoli non ci è, e questa è la Compagnia della SS.ma Trinità con farci l’Ospedale per Albergarci i Poveri Peregrini conforme à quella di Roma”.

L’Arciconfraternita assunse quindi il nome e lo statuto, riformato nel 1578, dell’omologa confraternita romana, fondata nel 1548 da Filippo Neri – non ancora ordinato sacerdote – e da padre Persiano Rosa, accogliendo le sollecitazioni di Papa Paolo III, preoccupato di offrire dignitosa accoglienza al gran numero di pellegrini attesi a Roma in occasione dell’Anno Santo 1550.

ASP – Libro delle Memorie

La prima sede del Sodalizio fu il monastero di S. Arcangelo a Bajano, che ben presto si rivelò insufficiente ad accogliere le numerose richieste di ospitalità; così, nel 1581, la Casa Ospitale fu trasferita in ambienti più ampi presso il monastero di S. Pietro ad Aram. Le spese per l’assistenza venivano sostenute dalle elargizioni dei confratelli a cui si aggiungevano i proventi delle questue e la generosità dei benefattori.

Qualche anno più tardi gli esecutori testamentari destinarono il suolo e le rendite del Pignatelli all’Arciconfraternita dei Pellegrini, che aveva in quegli anni dato prova di poter raccogliere pienamente il testimone del Pignatelli. Alla costruzione di una Casa Ospitale l’Arciconfraternita accompagnò quella di un oratorio, successivamente elevato a chiesa dedicata alla SS. Trinità, arricchendolo con opere d’arte. I confratelli, il cui numero era in costante aumento, si facevano carico, a turno, delle più umili incombenze e indossavano lo stesso saio, di colore rosso, qual che fosse la propria estrazione sociale e il ruolo rivestito nel sodalizio. Dalle origini, e fino a circa la metà del sec. XVII, risultano ascritte numerose consorelle, tra le quali si ritrovano esponenti di rilievo dell’aristocrazia napoletana e genovese. Oggi, dopo una lunga assenza, le consorelle sono tornate a far parte della confraternita.

Il Governo dell’Arciconfraternita, costituito da un Primicerio e quattro Guardiani – in seguito appellati Governatori – era, ed è tuttora, eletto dall’assemblea e lo statuto prevedeva che almeno uno dei Guardiani fosse un “artista”, cioè un artigiano, in rappresentanza della significativa componente non aristocratica.

Ben presto la casa ospitale aprì le sue porte non soltanto ai pellegrini: poveri e infermi, provenienti dalla strada o da altre istituzioni caritative, venivano accolti dapprima in un dormitorio ad essi dedicato – oggi Salone del Mandato – e successivamente in un Convalescenziario edificato nell’attuale rione Materdei.

Nei primi anni dell’Ottocento, venuta meno l’esigenza di accogliere i pellegrini, per meglio sovvenire alle nuove necessità della popolazione, l’antica “casa ospitale” venne trasformata in moderno ospedale sanitario; l’Arciconfraternita, assicurando ai poveri gratuitamente prestazioni mediche di eccellenza, si radicava ancor più profondamente nel tessuto sociale della città, come attesta la decisa opposizione che incontrò, durante il Decennio francese, il tentativo delle autorità di incamerare l’Ospedale al patrimonio pubblico.

Nel 1816, con l’apertura del reparto di chirurgia, l’Ospedale dei Feriti e Fratturati – come venne allora denominato – riceve il riconoscimento ufficiale delle autorità ed offre cure gratuite ai poveri, destinando a questo scopo parte delle rendite che provenivano dai legati. All’indomani dell’unità d’Italia, un nuovo tentativo delle autorità pubbliche di acquisire allo Stato l’Ospedale fallì per la decisa opposizione di napoletani di ogni ceto sociale e orientamento politico. I medici e il personale sanitario del “Pellegrini” si distinguono per la partecipazione a missioni di soccorso alle popolazioni colpite da catastrofi naturali, come all’inizio del ‘900 in occasione dei terremoti a Messina e Casamicciola. Il primo dopoguerra vede sorgere, nell’ambito dell’Ospedale, laboratori dedicati alla riabilitazione motoria finalizzata al reinserimento lavorativo dell’enorme numero di mutilati. Durante l’ultimo conflitto un bombardamento danneggiò seriamente l’Ospedale. Per non interrompere le attività, l’Arciconfraternita decise di continuare l’assistenza trasformando temporaneamente la chiesa in corsia ospedaliera.

Nel 1967, sulla collina di Capodichino, viene progettato dall’Arciconfraternita un secondo nosocomio, denominato “Nuovo Pellegrini” (oggi S. Giovanni Bosco). Nel 1969 l’Arciconfraternita fu costretta, per legge statale, a cedere alla sanità pubblica entrambi gli ospedali nonché il Convalescenziario, sito alla Salita San Raffaele a Materdei, senza percepire alcuna indennità di esproprio.

Per conservare la propria vocazione di assistenza agli infermi è sorto un Poliambulatorio Specialistico popolare, dove prestano la propria opera confratelli medici, intitolato al fondatore Bernardo Giovino.

L’impegno a favore dei più poveri ha trovato, nel sostegno alla crescita e alla scolarizzazione dei bambini del popolare rione della “Pignasecca”, un nuovo terreno di impegno. A pochi passi dalla storica sede dell’Arciconfraternita, il Centro Socio Educativo per minori “Fabrizio Pignatelli” accoglie tutti i pomeriggi bambini e ragazzi del quartiere. Infine viene offerto un sostegno discreto a quanti sopportano più degli altri il peso dell’attuale crisi economica. Rilevante è l’attività culturale: l’Arciconfraternita promuove ed ospita conferenze, dibattiti, concerti, convegni scientifici e manifestazioni artistiche aperte gratuitamente al pubblico.

L’Arciconfraternita dei Pellegrini non è soltanto quindi il contenitore di un patrimonio, straordinariamente ricco, di memoria storica e opere d’arte ma spazio aperto: qui la tradizionale pratica le opere di carità e di accoglienza si incontra da sempre con la complessa vita sociale e culturale della città.

Le prime attività caritative

Maritaggi

L’opera di carità più frequentemente affidata dai benefattori alla confraternita era la costituzione di doti nuziali per giovani donne che, essendo di famiglie povere, avrebbero avuto difficoltà per passare a nozze. Veniva detta “maritaggio” . Il numero delle beneficiarie, come anche la periodicità dell’assegnazione della dote e la sua entità, da realizzarsi con gli interessi del capitale donato, venivano precisate dal benefattore. Il primo maritaggio ufficialmente affidato all’Arciconfraternita, dopo che era stata fatta la distinzione tra le opere d’istituto e le secondarie, fu quello disposto nel 1587 da Prospero de Aldeluca, con il suo testamento. […] Le somme elargite una tantum, non dando luogo alla loro amministrazione, non venivano riportate dalle Memorie. Così molti maritaggi concessi per una sola volta non sono ricostruibili. La costituzione di doti nuziali era l’unica opera secondaria di carità ad essere disciplinata dalle Regole. In queste si stabiliva che qualora il benefattore (che spesso era un testatore) non avesse dato indicazioni sulle giovani da dotare, queste fossero scelte tra le figlie dei confratelli poveri, vivi o defunti.

Le scarcerazioni

 

L’Arciconfraternita di Roma godeva del privilegio concessole dai Sommi Pontefici, di poter far graziare ogni anno, nel giorno della festa della SS. Trinità, un condannato a morte o, in mancanza, ad una pena grave. Ogni anno, dunque, approssimandosi la suddetta festa, i Primi Ufficiali, dopo aver raccolto minuziose informazioni nel carcere, proponevano alla Congregazione Generale quei condannati che ritenevano più meritevoli di grazia. Con votazione segreta ne venivano quindi indicati alcuni da segnalare al Pontefice, affinché egli scegliesse quello al quale concederla e che puntualmente era accodata. La confraternita napoletana godeva, in virtù della sua aggregazione alla Casa romana dello stesso privilegio. Ma a Napoli i Vicerè spagnoli non erano disposti a graziare ogni anno un condannato a morte. Dopo alcuni ed infruttuosi tentativi si giunse nel 1582 ad un accordo con il Vicerè Don Pedro Giron, duca di Ossuna, consistente nel deliberare ogni anno, alla festa della SS. Trinità, alcuni detenuti per debiti pagandone però il riscatto. Il loro numero dipendeva quindi dall’entità della somma disponibile. Non era certo quel che si voleva e tuttavia la Confraternita si affrettò a sfruttarlo. In una Congregazione Generale tenutasi nel giugno 1582 con una questua tra i confratelli si raccolsero 40 ducati con i quali si stabilì di liberare nella festa della SS. Trinità, allora imminente, il maggior numero possibile di detenuti per debiti. Evidentemente si favorivano i debitori di piccole somme, gli autentici poveri finiti in carcere per miseria.

Gli interventi straordinari

 

Nelle calamità che nel corso degli anni si abbatterono su Napoli, l’Arciconfraternita fu sempre sollecita nel prestare soccorso. Nel dicembre del 1631 il Vesuvio, risvegliandosi dopo anni di quiete, produsse distruzione e morte, riversando a valle fiumi di lava. Coloro che riuscirono a mettersi in salvo con la fuga (i morti furono migliaia) ripararono in gran parte a Napoli, dove furono ricoverati negli ospedali esistenti e specialmente in quello di San Gennaro fuori le Mura, asilo dei poveri. Ma vi furono anche quelli che, pur nella miseria nella quale erano improvvisamente caduti, vollero mantenere un contegno dignitoso dissociandosi dalla folla che accalcava gli ospedali ed affrontando ogni sacrificio pur di non lasciar trapelare la loro condizione. Erano questi i “poveri vergognosi” e vagavano silenziosi con le loro famiglie, in pieno inverno per le strade di Napoli dove, vinti dalla fame e dal freddo, sarebbero presto caduti se la pietà dei fratelli non li avesse soccorsi. In loro favore intervennero tempestivamente i “confratelli dei Pellegrini”, andando a ricercarli per le strade ed accompagnandoli nel loro ospedale, dove, assistendoli amorevolmente, riuscivano a vincere la loro ritrosia. Se ne ricevettero, come riportano le Memorie, anche 150 al giorno. A quest’opera contribuì, data la condizione degli assistiti, il Monte della Madonna dei poveri vergognosi, sodalizio operante a Napoli. Pochi anni dopo, nel 1656, il flagello della peste funestò Napoli. Tutti gli ospedali si riempirono di contagiati e tra questi vi fu quello dell’Arciconfraternita, nel quale si prodigarono i confratelli. Nei terremoti di Casamicciola (1884) e di Messina (1908) l’Arciconfraternita partecipò attivamente, con il suo ospedale chirurgico ormai in funzione da anni, al soccorso dei feriti. In quello di Messina costituì sul posto un suo ambulatorio e tanto fu efficace la sua opera da farle conferire dal Ministro della Sanità la medaglia d’argento al merito della sanità pubblica. Sono stati citati solo alcuni degli interventi straordinari. Ve ne furono però anche altri giacché, per la posizione assunta dall’Arciconfraternita, in ogni calamità cittadina ed anche extraurbana non poteva mancare il suo soccorso. Vanno in ultimo ricordate le cure prestate dall’ospedale dell’Arciconfraternita ai tanti feriti dei bombardamenti aerei di Napoli nel corso dell’ultimo conflitto. Nel 1943 le bombe distrussero una parte dell’ospedale provocando la crisi dei ricoveri. L’Arciconfraternita non esitò allora a trasformare la sua chiesa in una grande corsia ospedaliera, nella quale la sua secolare opera in favore dei sofferenti potesse continuare.

I monti

 

Il capitolo del volume dell’ing. Ludovico dè Santi dedicato all’istituzione dei Monti è forse tra quelli che, con maggiore puntualità e chiarezza, riassume gli intenti di quanti entravano a far parte del sodalizio. Nel 1593 alcuni confratelli, rimasti purtroppo ignoti, davano vita ad un’associazione tra gli iscritti dell’Arciconfraternita avente lo scopo di elargire sussidi in denaro ai loro colleghi poveri, attingendoli da un fondo che doveva essere alimentato dalle quote versate dai soci. L’iniziativa, che fiancheggiava l’opera svolta dal sodalizio in favore dei confratelli disagiati, valeva anche ad integrarla e talvolta a supplirla, dato che con il ricavato delle apposite questue e di altre fonti non sempre si riusciva a soccorrere tutti coloro che si trovano in stato di bisogno oppure a farlo in modo soddisfacente. Al suo inizio l’associazione fu denominata Monte della B.ma Vergine della SS. Trinità, ben presto il titolo venne mutato in quello di Monte dei Fratelli della Tassa, e poi sinteticamente definito Monte della Tassa. La “tassa” era costituita dalla quota mensile minima che ogni iscritto doveva versare, che inizialmente era di un carlino (un decimo di ducato) al mese. Bernardo Giovino legò, nel 1598, con codicillo al suo testamento 80 ducati al Monte della Tassa; a questi se ne aggiunsero altri sei con la vendita che si fece, dopo la sua morte e per sua volontà, di alcuni suoi capi di vestiario e mobili di casa. Gli interessi del capitale, messo per disposizione testamentaria a frutto, che annualmente venivano corrisposti al Monte, erano di circa 36 carlini, ossia il triplo della quota annua minima. Il carattere privato dell’associazione, che non era stata riconosciuta (“confirmata“) dall’Arciconfraternita, congiunta alla mancanza di norme per l’attuazione degli interventi provocarono, dopo i primi entusiasmi, una crisi del numero degli iscritti. Coloro che però erano rimasti fedeli agli intenti dei promotori si adoperarono affinché l’istituzione riprendesse la sua attività. La loro opera fu efficace, giacché nel 1606 i Primi Ufficiali, riconoscendo il Monte della Tassa, lo autorizzarono a raccogliere fondi, tra i suoi iscritti, da destinarsi agli interventi caritativi verso i confratelli poveri ed anche a concorrere in qualche spesa straordinaria relativa alla chiesa del sodalizio. Fu anche approvato il regolamento dell’associazione. Difatti questa, per la sua autonomia e la sua indipendenza dal sodalizio, pur agendo all’interno di questo non poteva essere disciplinata dalle Regole. Per lo stesso motivo negli atti dell’Arciconfraternita raramente sono riportate notizie sul Monte della Tassa o sulle sezioni nelle quali questo in seguito si divise. Dopo il suddetto riconoscimento il numero degli iscritti all’associazione andò rapidamente crescendo. Con la maggiore disponibilità dei fondi fu possibile ampliare l’assistenza ai confratelli, giacché, oltre ad elargire sussidi a quelli poveri, si potettero anche concedere prestiti fino a 6 ducati, su pegno ma senza interessi, a quegli altri che, pur non essendo indigenti, si trovavano in temporanee condizioni di necessità. Vi furono anche interventi per la chiesa, come avvenne nel 1615, quando i Fratelli della Tassa vi eressero un altare che dedicarono all’Assunzione della Vergine. Il potenziamento dell’azione soccorritrice del Monte comportò la sua suddivisione in sezioni, ognuna delle quali, pur restando inscindibile l’associazione, venne denominata come il Monte preposto ad un preciso scopo. Si originarono quindi diversi Monti: quello detto di S Filippo Neri erogava sussidi ai confratelli ammalati e poveri o soltanto poveri, mentre quello delle Esequie sosteneva le spese per la loro sepoltura. Per affrontare le spese di addobbi nella chiesa in occasione di particolari funzioni, migliorando quelli predisposti dal sodalizio, fu istituito il Monte del SS. Sacramento. Doveva certo trattarsi di funzioni richieste dai confratelli e non di quelle relative a solennità religiose, giacché in tal caso le spese di addobbi venivano interamente sostenute dall’Arciconfraternita. L’amministrazione dei Monti veniva curata direttamente dai confratelli che vi erano iscritti, aveva quindi carattere di autonomia ed era escluso che gli Organi dei sodalizio potessero parteciparvi. Anzi, per accentuare l’indipendenza, gli amministratori. venivano eletti tra i confratelli cosiddetti del coro, non facenti cioè parte delle Congregazioni (Governo e Piccola Congrega).
L’autonomia però comportava che i Monti non potessero richiedere agli Organi finanziamenti straordinari per fronteggiare situazioni particolari. Fino agli inizi dell’Ottocento i Monti mantennero la loro fisionomia, prevalentemente mutualistica. Ma il mutamento di indirizzo che in quegli anni si fece dell’opera caritativa dell’Arciconfraternita, rivolgendola ai feriti ed ai fratturati ricoverati nell’ospedale chirurgico che prendeva il posto della Casa dei pellegrini, comportò anche una modifica dello scopo originario dell’associazione, estendendo agli estranei al sodalizio quell’opera di soccorso già riservata ai soli confratelli.
Fra le opere che, per distinguerle dagli impegni istituzionali, erano state definite dalle Regole come “altre”, soltanto quella dei Monti è giunta fino a noi, con immutato spirito caritativo, pur avendo avuto modifiche attuative. Pertanto si riportano ora in sintesi le vicende susseguitesi nel corso degli anni. L’ospedale chirurgico aveva fatto sorgere una nuova esigenza, quella cosiddetta del dopo-ricovero, ossia il soccorso da prestarsi a coloro che una volta dimessi, venivano a trovarsi in misere condizioni, spesso per la perdita del lavoro o per sopraggiunta inabilità Ma, secondo le linee tracciate secoli addietro, l’opera caritativa, dell’Arciconfraternita verso coloro che venivano curati nel suo ospedale e nel suo convalescenziario doveva esaurirsi con la fine delle loro degenze. Analogamente si era fatto con i pellegrini, l’assistenza dei quali coincideva con il loro soggiorno nella Casa. Se però, nel rispetto della delimitazione delle opere di istituto, non era consentito i sodalizio di portare la sua opera soccorritrice al di fuori dei suoi ospedali, nulla vietava che a farlo fossero i suoi iscritti, con le loro personali contribuzioni. Stabilito questo, si riconobbe che non occorreva creare un’apposita organizzazione, giacché i Monti, con l’esperienza acquisita in oltre due secoli, sarebbero stati in grado di assolvere al nuovo compito. I “Fratelli dei Monti” rivolsero allora i loro soccorsi ai poveri che venivano dimessi dagli ospedali del sodalizio, ai quali, secondo le necessità, corrispondevano sussidi in denaro, fornivano medicinali o donavano capi di vestiario e di biancheria. Fu anche istituito un sussidio fisso mensile per gli invalidi, creando a tale scopo una nuova sezione operativa, denominata Monte degli Amputati. In un’epoca nella quale non si erano ancora affermate le moderne conquiste della Scienza, erano purtroppo numerosi coloro che, a seguito di incidenti (a Napoli erano frequenti, tra gli altri, quelli prodotti dalle carrozze, lanciate di corsa nelle strade strette), avevano dovuto subire amputazioni di arti. Divenuti inabili ai loro abituali lavori, essi piombavano, con le famiglie, in una desolante miseria, dalla quale potevano essere sollevati soltanto dalla solidarietà privata, non essendosi ancora affermato il dovere di quella pubblica. A questi sventurati il Monte Amputati assegnava un sussidio a vita, pagato puntualmente ogni mese, al pari di una pensione di invalidità. La proiezione dei Monti all’esterno dell’Arciconfraternita comportò una modifica della loro autonomia. Ridottosi nel tempo il numero dei confratelli disagiati, la maggior parte dei soccorsi dell’associazione era ora indirizzata ai poveri che erano già stati curati negli istituti del sodalizio. Era dunque una prosecuzione, certo in tono minore, dell’opera caritativa iniziale e pertanto non poteva restarvi estraneo il Governo.
L’amministrazione dei Monti continuò ad essere tenuta dai confratelli, ma questi, eliminatasi ogni distinzione tra coro e Congregazione, erano nominati dal Governo, come deputati e come tali stabilivano con il Primicerio, capo del Governo, le iniziative da assumere. Inoltre, alla gestione dei fondi, che, come per il passato, erano costituiti principalmente dalle quote versate dagli iscritti e occasionalmente da qualche benefattore, partecipavano anche il Segretario ed il Camerlengo. La partecipazione dei confratelli ai Monti costituiva una loro benemerenza, tanto che nel Regolamento dello Statuto, che nel 1878 sostituì le antiche Regole, fu stabilito che ogni lunedì si celebrasse nella chiesa dell’Arciconfraternita una Messa in suffragio dei suoi benefattori ed anche di coloro che, come iscritti o deputati, avevano contribuito alla vita dei Monti. Il trasferimento alla sfera pubblica degli ospedali e del convalescenziario dell’Arciconfraternita, avvenuto nel 1970 a seguito delle normative di legge sulla sanità, ebbe tra le sue conseguenze anche quella di interrompere l’azione dei Monti in favore dei dimessi da quegli istituti, vista come prosecuzione dell’opera caritativa dell’Ente. La cristiana assistenza dei sofferenti restava però tra gli scopi dell’Arciconfraternita, la quale, anzi, mentre si compiva lo scorporo dei suoi ospedali, annunziava di volerla rivolgere ad una più vasta schiera di bisognosi, ammalati, convalescenti, invalidi ed anziani. Naturalmente, poi, nella fase attuativa si sarebbero distinti gli interventi di maggior impegno e pertanto competenti al sodalizio nella sua interezza da quelli di minore portata e come tali assolvibili, sulla traccia del passato, dai Monti .
Questi ultimi acquistavano, nello Statuto che nel 1975, a seguito dello scorporo ospedaliero, sostituiva quello del 1878, un ruolo ufficiale. La partecipazione ad essi, facoltà e meritoria nei tempi trascorsi, diveniva un dovere di tutti i confratelli, tenuti, di conseguenza, al pagamento di una quota annua nella misura minima stabilita dal Governo. L’introito attraverso i Monti, pur se tenuto distinto dalle altre fonti di entrata, costituiva, come precisato dal detto Statuto, uno dei mezzi di finanziamento delle opere dell’Ente. Le anzidette disposizioni sono state ribadite nelle versioni dello Statuto successive, fino ai giorni nostri. Si tratta di una carità cosiddetta minore, di contenuta entità, negli svariati casi che la costituiscono, ma che, al pari di un pronto soccorso medico, risulta efficace solo se prestata in tempo. Essa ripete quella che veniva fatta nel periodo ospedaliero e, come allora, è affidata ai confratelli riuniti nei Monti.